15/12/13

L'estetica barocca

I testi del ciclo di conferenze "Corrispondenze estetiche" che si tengono allo Spazio vivo Heart.


L’estetica barocca
di Alessandra Galbusera 

Nel Dictionnaire de Trévoux del 1771 si definisce «un dipinto o una figura di gusto barocco, dove le regole e proporzioni non sono rispettate e tutto è rappresentato secondo il capriccio dell’artista». Nel Cicerone di Jacob Burckhardt del 1853 si afferma che «l’architettura barocca parla lo stesso linguaggio del Rinascimento, ma è un linguaggio degenerato». Infine, ne La Storia dell'età barocca scritta nel 1929 da Benedetto Croce si sostiene che «il concetto di barocco si formò nella critica d’arte per contrassegnare la forma di cattivo gusto artistico che fu propria di gran parte dell’architettura e altresì della scultura e pittura del Seicento».

Tre definizioni, tre epoche diverse, ma subito si comprende come il Barocco e la sua arte sia sempre stata intesa secondo un’accezione negativa.
La motivazione di un simile atteggiamento negativo deve essere ricercata nell’origine del termine stesso. Il concetto di barocco deve, infatti, la sua origine al termine francese baroque che nel Seicento indicava una perla non sferica e non regolare e, contemporaneamente, al sillogismo usato nella lingua italiana in cui si nascondeva la debolezza logica di confondere il vero con il falso. Lecito quindi fraintenderne l’essenza e giungere a considerazioni negative.
Naturalmente sono stati in molti a voler riabilitare la concezione del Barocco, primo fra tutti lo storico d’arte Wölfflin, ma l’interpretazione più originale e, a mio avviso, più calzante, è quelle data dal filosofo francese Gilles Deleuze. Ne La piega. Leibniz e il Barocco Deleuze definisce l’essenza dell’arte barocca sulla base della sua funzionalità, vale a dire l’estensione all’infinito.
Con Deleuze, in breve, l’eccesso e l’abbondanza tipica dell’arte barocca è da intendersi non come un linguaggio degenerato, di cattivo gusto o come una conseguenza del solo capriccio dell’artista, ma come una volontà di ripensare lo spazio che l’opera d’arte può occupare.
Va detto, infatti, che gli anni in cui nasce il Barocco sono gli anni che seguono dal razionalismo del Rinascimento e che portano scienziati come Galileo Galilei a matematizzare lo spazio. Ciononostante, l’atteggiamento estetico che ne consegue non è la finalità conoscitiva di come l’opera d’arte occupi lo spazio, ma la volontà di manifestare attraverso l’abbondanza e l’eccesso l’estensione dell’opera d’arte stessa verso l’infinito.
L’opera d’arte barocca piegandosi e ripiegandosi, curvandosi e ricurvandosi, rifiuta quell’atteggiamento di ricostruzione razionale dello spazio per diventare un oggetto evento. Le pieghe della materia mostrano il moltiplicarsi del punto di vista sull’opera d’arte e ciò avviene se e solo se l’opera d’arte si estende all’infinito e diventa così oggetto di una sensazione ottica ed emotiva.
Rivolgendo ora l’analisi alla sola architettura barocca si comprenderà come l’artista seicentesco tenda a trasformare lo spazio della città per suggerire l’idea di un’arte che dialoga con lo spettatore e il suo quotidiano. Non a caso, in questi anni, e soprattutto nella città di Roma, l’architetto diventa “l’architetto del popolo romano”: egli, incaricato dal papa, poteva infatti “riarredare” lo spazio urbano per trasmettere una personale interpretazione estetica.
A questo proposito è lecito ricordare Francesco Borromini le cui opere sono state create e progettate per entrare in un dialogo aperto con lo spazio urbano al fine di suscitare una determinata emozione in chi osserva.

sant agnese agone                              

 

Riferendoci ora solo a Sant’Agnese in Agone, notiamo subito come la facciata della chiesa mostri la tendenza a ripensare la continuità fra lo spazio che l’edificio occupa e lo spazio che lo circonda. La facciata della chiesa, iniziata da Carlo e Girolamo Rinaldi, venne demolita da Borromini per costruirne una nuova e donare una differente suggestione alla chiesa e alla piazza circostante. La facciata da lui costruita sorge su di una pianta concava, è arretrata rispetto alla piazza e, per donare maggiore enfasi ed evocare un maggiore senso di leggerezza all’intero edificio, presenta due campanili ai lati della cupola.
La volontà dell’artista sembra in questo caso quella di voler ripensare la fruizione, la percezione dello spettatore che si trova nella piazza stessa. Inserendosi infatti nel contesto urbano, l’opera d’arte barocca sollecita la visione del proprio spettatore per condurlo, attraverso l’inganno e lo stupore, a una nuova estensione dello spazio.
In altre parole, e per dirla con il Bernini, «l’ingegno e il disegno sono l’arte magica attraverso cui si arriva a ingannare la vista in modo da stupire». Pertanto, all’artista barocco spetta il compito di voler trasmettere una sensazione ottica al suo spettatore al fine di stupirlo, ingannarlo giocando con il suo punto di vista sull’opera d’arte.

bernini roma 

Maestro dell’arte dell’inganno è sicuramente il Bernini poiché, se pensiamo, per esempio, al colonnato di piazza San Pietro, è evidente come l’artista abbia voluto creare una nuova visione dello spazio attraverso l’ampliamento prospettico.
Sfruttando la forma di un’ellisse, vale a dire di un cerchio schiacciato e non regolare, lo spettatore è spinto a cercare un punto di vista unificante perché è la struttura architettonica stessa a suggerirglielo. Tuttavia, ciò che accade è l’impossibilità a farlo e lo spettatore si trova così ad essere ingannato e stupito allo stesso tempo.
La suggestione è quindi ciò a cui l’artista mira, e l’inganno è ciò che egli vuole trasmettere. Inoltre, con l’architettura barocca del Bernini ciò che conta è l’efficacia della fruizione dell’opera d’arte e il messaggio che essa trasmette. Il colonnato di piazza San Pietro non è solo inganno per la vista, ma anche simbolo di un messaggio ben preciso: «ricevere a braccia aperte maternamente i Cattolici per confermarli nella credenza, gli Heretici per riunirli alla Chiesa, e gl’Infedeli per illuminarli alla vera fede».                   
Un’altra opera  fondata su questo legame inganno-efficacia è sicuramente la cappella Cornaro all’interno di Santa Maria della Vittoria. Il gruppo scultoreo presente all’interno della cappella diventa esempio massimo di un’arte che sconfina, che si prolunga per realizzarsi in una forma diversa. A partite dalla rappresentazione dell’estasi di Santa Teresa, il Bernini è in grado di enfatizzare la fruizione e giocare con la percezione dello spettatore rendendo materica la luce che illumina il gruppo marmoreo. I raggi dorati sono, infatti, l’estensione della luce naturale che proviene da una finestra nascosta. Essi materializzano la luce stessa per rendere più drammatica la visione dello spettatore e mostrare come l’opera d’arte possa divenire un’opera d’arte totale. Realtà e scultura, realtà e architettura entrano quindi in una simbiosi perfetta, si trasformano l’una nell’altra. E ancora una volta, ciò accade perché l’artista ha voluto giocare con la percezione dello spettatore, ha voluto ingannarlo e il risultato che ne ottiene è un’opera d’arte in cui la sua estensione giunge alla dimensione emotiva.

In conclusione si nota come grazie a Borromini, grazie a Bernini è possibile donare una nuova lettura dell’arte barocca e giungere ad affermare che proprio l’arte di questo movimento artistico culturale è occasione di aprire l’arte alla dimensione dello stupore e dell’emozione.